Antichità al Ghetto ha finalmente il suo sito! 2

Trasparenze secolari

[ENGLISH]                                                                                                     [FRANÇAIS]

Il successo della nostra mostra “Venezia: armonie di vetri e tessuti” durante la prima edizione – o come gli addetti ai lavori preferiscono chiamarla, l’edizione “zero” –  di “The Venice Glass Week” ci ha confermato di essere sulla strada giusta: se da una parte l’arte contemporanea sta garantendo nuova e prospera vita al vetro di Murano,  permettendo ad artisti italiani e stranieri di sperimentare forme inusitate e tecniche all’avanguardia, ci sono ancora moltissimi appassionati che desiderano conoscere e approfondire la storia passata di questa splendida arte.
Nel panorama del festival siamo stati tra i pochissimi ad allestire un evento – una mostra nel nostro caso – dedicato alle trasparenze meno recenti, esponendo vetri del XIX secolo e dell’inizio del XX secolo, accompagnati da delicate trame di tessuti veneziani.

L’incanto nello sguardo dei visitatori ci ha spinto a continuare la ricerca di meraviglie del passato e a spingerci ancora di più nei meandri della storia.
La ricerca non è per niente facile ma, ça va sans dire, è appassionante, ogni giorno di più!
E’ con piacere che vi presentiamo in questo primo articolo del 2018 una delle nostre ultime acquisizioni, un vero e proprio tesoro dal XVII secolo: una coppia di ampolline in vetro trasparente incolore lavorato “a penne”.
La descrizione tecnica è reperibile nella scheda descrittiva che abbiamo preparato ad accompagnamento dei due vetri, i curiosi e gli appassionati possono comodamente scaricarla qui –> [scheda descrittiva]

La foto potrebbe tradire le dimensioni reali; le ampolle sono molto piccole, leggere e delicate. Così delicate che per il momento abbiamo preferito lasciarle così come le abbiamo trovate, senza tentare di pulirle.
Il vetro può risultare più opaco, poco luminoso e brillante, è vero, ma il rischio di intaccare seppur minimamente la superficie ci fa propendere per l’astensione da interventi di pulizia.
I più acuti osservatori avranno notato come all’interno sia possibile vedere delle tracce di cera.
Come mai la cera? Perché con tutta probabilità i due piccoli contenitori in vetro avevano uso liturgico. Non è difficile immaginarli infatti ad ornare la tavola di un altare, vicino a delle candele, uno a contenere del vino, l’altro dell’acqua per l’Eucarestia.  

Il vetro soffiato è tra i materiali più fragili esistenti. Se le sue trasparenze, poi, hanno riflesso la luce e i colori di quattrocento anni di storia, è inevitabile che l’integrità della vita dell’oggetto possa essere a rischio.
L’ansa di una delle due ampolle ha effettivamente incontrato un destino avverso: ad un certo punto della sua esistenza deve aver subìto un urto ed è ora mutila della parte superiore.

Ampolline simili sono attualmente conservate al Museo del Vetro di Murano, Venezia e al Museo Poldi Pezzoli di Milano.

Siamo entusiasti al pensiero che da qualche giorno a questa parte, anche il nostro negozio abbia la fortuna di ospitare dei vetri così longevi e affascinanti.
Vi aspettiamo per farveli vedere di persona!

Un rifugio di colori a Ca’ Pesaro: la retrospettiva su William Merritt Chase

“Autoritratto”, olio su tela, 1915 circa

[ENGLISH]                                                                                  [FRANÇAIS]

L’epilogo del Carnevale quest’anno è coinciso con alcune giornate grigie e uggiose. In quei giorni non era raro vedere delle maschere sfilare per le calli celate da un velo di nebbia, mentre decine e decine di cellulari ne immortalavano i meravigliosi costumi.
Con delle giornate così livide, una residente restia alla confusione del Carnevale come me, dove poteva rifugiarsi per trovare un po’ di tranquillità?
La risposta è semplice: in un qualsiasi museo o galleria della città.
Ho deciso dunque di visitare la retrospettiva a Ca’ Pesaro: “William Merritt Chase: un pittore tra New York e Venezia“.
Non avrei potuto fare scelta migliore.

Le splendide sale di Ca’ Pesaro

Trovo sempre molto interessante osservare come Venezia sia stata vissuta e ritratta nelle varie epoche a seconda dei diversi punti di vista. E se l’artista è uno straniero o semplicemente qualcuno di estraneo alla città (vedi “foresto” secondo il dialetto veneziano), che ha avuto ovvero la fortuna di posare il suo sguardo su palazzi, calli e canali della Serenissima per la prima volta, il senso di meraviglia che se ne trae è assicurato.

Alcuni paesaggi di Chase a Ca’ Pesaro

Nonostante il titolo della mostra lasci intendere, se non una vita vissuta tra New York e Venezia, quanto meno delle visite in laguna stabili e frequenti, William Merritt Chase (Williamsburg, Indiana 1849 – New York 1916) ha soggiornato a Venezia in sole due occasioni: la prima durante il periodo di formazione, la seconda verso la fine della sua vita.
Chase arriva la prima volta a Venezia nel 1877 insieme a dei compagni di studi. Il fascino della città ammalia presto gli occhi e il cuore del giovane pittore, il quale, durante un soggiorno di circa un anno, realizza una ventina di opere, confrontandosi con gli autori che lavoravano in città.
Ecco dunque delle balconate verdi e rigogliose affacciarsi su un canale, una fondamenta in penombra mentre delle gondole scivolano lungo il rio accanto, i tesori di un antiquario esposti nella corte adiacente alla sua bottega.

“Venezia”, olio su tela, 1877
“A Venezia”, olio su tavola, 1877 circa
“Il negozio dell’antiquario”, olio su tela, 1879

Devo ammettere di essermi riconosciuta ed immedesimata nei colori e nei dettagli di quest’ultimo quadro, anche se l’occupazione del suolo pubblico di Antichità al Ghetto è decisamente nulla!
E poi i frutti della pesca lagunare ritratti in una natura morta di importanti dimensioni.

“Il prodotto delle acque”, olio su tela, 1878

Devono passare più di 30 anni prima che Chase ritorni a soggiornare a Venezia. E’ l’estate del 1913 ed il pittore è ormai un artista nonché docente d’arte rinomato.
Venezia rappresenta l’ultima sede dei corsi tenuti da Chase in Europa. Il pittore alloggia all’Hotel Gran Canal et Monaco dove, dalla penombra delle sue stanze, ritrae lo splendido panorama che si staglia oltre la balconata.

“Balcone veneziano”, olio su tela, 1913

Anche se il titolo attribuito alla mostra – visitabile fino al 28 maggio – è un po’ forviante, dato che le opere esibite con soggetto Venezia non sono poi molte, il resto dei quadri che si possono ammirare nelle splendide sale di Ca’ Pesaro sono comunque talmente belli da togliere il fiato.
Chase spaziava molto in quanto a soggetti pittorici: il percorso espositivo della retrospettiva pone l’accento sulle nature morte di notevoli dimensioni in cui riflessi, luci e tridimensionalità fanno da padroni; e poi i meravigliosi ritratti delle signore dell’alta società newyorkese, le scene di vita della famiglia Chase e gli interni dipinti nei minimi particolari in un’armonia di colori e prospettive.

“Nuvole vaganti”, olio su tela, 1892
“Adesso credo di essere pronta”, olio su tela, 1883 circa
“Interno dello studio”, olio su tela, 1882 circa

Colore, colore e colore, dunque. Proprio quello che cercavo per distrarmi dal grigiore che avvolgeva la città due settimane fa.
E a quanto pare non potevo scegliere giorno migliore per riconoscermi in Chase: sembra che durante la sua ultima visita a Venezia anche il pittore abbia trovato un tempo atmosferico cupo e grigio, tanto da realizzare un olio su tavola con titolo “Giornata grigia sulla laguna” (1913 ca.) e scriverne in una lettera alla moglie:
Mia cara, oggi è stata un’altra brutta giornata. Pioggia, pioggia, pioggia. Sono rimasto in camera tutto il giorno, dipingendo dal balcone che è riparato – e penso di aver fatto un discreto lavoro”.
Quando si dice immedesimarsi con l’artista!

“Giornata grigia sulla laguna”, olio su tavola, 1913 circa

 

Prospettive dal passato e… una domanda finale per voi!

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Quando abbiamo trovato questa incisione siamo stati colpiti dalle sue piccole dimensioni (il diametro misura 8 cm), dalla forma rotonda e dall’importanza data alla profondità prospettica dell’immagine.
La finezza dei dettagli trae in inganno moltissimi dei nostri visitatori: ad una prima occhiata potrebbe sembrare infatti una miniatura dipinta a mano su carta.
Guardando con più attenzione si scopre che questo prezioso interno di cattedrale o chiesa è stato stampato a colori. L’unica traccia di intervento a mano è dato dalla lumeggiatura con gomma arabica di certi particolari.
Ma una stampa così piccola, oltre ad avere una funzione puramente decorativa, a cos’altro poteva servire?

Che potesse essere l’illustrazione di un libro ritagliata da qualche sventurato? Possibile, ma solitamente – seppur non sempre – simili immagini erano accompagnate da una qualche didascalia.
Che facesse parte di una serie di piccole stampe a tema che, se esposte insieme, avrebbero assicurato uno splendido risultato decorativo? Plausibile, ma le incisioni sono generalmente – anche in questo caso, non sempre – caratterizzate da dimensioni maggiori per essere ben visibili anche da una ragionevole distanza.
Che fosse un esercizio di maestria di un incisore? Possibile anche questa ipotesi.
Come per ogni oggetto che arreda il nostro negozio abbiamo svolto qualche ricerca e siamo venuti a capo del mistero.
Si tratta di una litografia a colori su disco in carta per poliorama panottico risalente al 1849. Una sorta di diapositiva rudimentale da inserire in un visore che, grazie ad un gioco di lenti, luci e prospettive, ne avrebbe esaltato il senso di profondità ottenendo un effetto molto realistico. Ma non solo, grazie alle lumeggiature in gomma arabica o a dei collage sapientemente eseguiti, era possibile ottenere per la stessa immagine una versione diurna e una notturna.

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Photo ©: Dabrowski Stéphane CATALOGUE DES APPAREILS CINÉMATOGRAPHIQUES DE LA CINÉMATHÈQUE FRANÇAISE ET DU CNC

Che cos’era dunque il paliorama panottico? Questo strumento, semplificazione delle scatole ottiche del XVIII secolo e del diorama di Daguerre, è stato brevettato da un fabbricante di giocattoli e ottico, Pierre Henri Amand Lefort, il 21 febbraio 1849.
Prima di lui, il disegnatore parigino Auguste Louis Régnier aveva messo a punto un primo metodo per ottenere delle immagini “dioramiche”, metodo che sarà ripreso e semplificato da Lefort.
Lefort utilizzava delle litografie stampate fronte-retro ed uno strato di carta fine sul quale poteva incollare dei piccoli pezzetti di carta colorata. Le immagini erano a volte perforate, come nel XVIII secolo, e incorniciate con legno o metallo.
Data la fragilità della carta, abbiamo preferito proteggere l’interno di cattedrale con una bella cornice della stessa epoca.

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Photo ©: Mg/Antichità al Ghetto SAS

Prima di chiudere questo post, desidero lasciarvi con una domanda: qualcuno tra voi lettori riesce ad identificare a quale cattedrale o a quale chiesa possa corrispondere l’interno?
Un po’ per l’architettura rappresentata e un po’ per istinto, riteniamo possa trattarsi di un luogo francese, ad esempio la Basilica di Sant’Eutropio di Saintes presenta molte analogie. Ma no… siamo ancora lontani dalla risposta giusta!
Chi lo sa, potrebbe anche trattarsi di un luogo inventato, in ogni caso grazie in anticipo per chi vorrà aiutarci! 🙂

 

Quando il Ghetto si tinge di bianco

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Photo ©: Mg/Antichità al Ghetto SAS

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La neve a Venezia non è qualcosa di straordinariamente raro, tuttavia ogni volta che la coltre bianca si posa sul suolo di questa città, pare che il tempo si fermi.

La pioggia gelata del giorno prima si è trasformata ieri in vera e propria neve e tutti, turisti e residenti, sono usciti per i campi e le calli e scattare più foto possibili. Me compresa 🙂 Ecco qui il Ghetto di Venezia innevato!

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Photo ©: Mg/Antichità al Ghetto SAS
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Photo ©: Mg/Antichità al Ghetto SAS
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Photo ©: Mg/Antichità al Ghetto SAS
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Photo ©: Mg/Antichità al Ghetto SAS
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Photo ©: Mg/Antichità al Ghetto SAS
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Photo ©: Mg/Antichità al Ghetto SAS
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Photo ©: Mg/Antichità al Ghetto SAS
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Photo ©: Mg/Antichità al Ghetto SAS

 

“Tragédies du Ghetto” all’asta da Sotheby’s

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Lot 247 on Sotheby’s online catalogue, click on the image to view the catalogue – Photo © Sotheby’s

[ENGLISH]                                                                                  [FRANÇAIS]

Il 15 dicembre si terrà a New York un’importante asta dedicata alla giudaica organizzata da Sotheby’s. Gran parte delle meraviglie messe all’incanto fanno parte della collezione di Shlomo Moussaieff, noto gioielliere e collezionista d’antiquariato israeliano venuto a mancare a luglio dello scorso anno.
Tra gli splendidi cimeli elencati nel catalogo abbiamo notato un lotto a noi familiare: un’edizione delle “Tragédies du Ghetto” di Israel Zangwill, riccamente illustrata con acquarelli e disegni originali per mano di Alice Halicka (1894-1975), pittrice polacca, residente per gran parte della sua vita in Francia.

Il lotto è il numero 247 ed è possibile ammirarlo – Sotheby’s ha pubblicato delle foto in ottima definizione – a questo link: http://www.sothebys.com/en/auctions/ecatalogue/2016/important-judaica-n09589/lot.247.html

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Photo ©: Mg/Antichità al Ghetto SAS
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Israel Zangwill

Tragédies du Ghetto, contes de Israel Zangwill”  venne tradotto da Charles Mauron e pubblicato a Parigi dalla casa editrice Emile Hazan nel 1928 con tiratura limitata; ne vennero stampate solamente 2500 copie.
L’autore, Israel Zangwill (1864-1926), fu un famoso umorista e scrittore inglese, nonché leader dell’Organizzazione Sionista, che lasciò nel 1905 per fondare l’Organizzazione territorialista, avente l’obiettivo di creare uno stato ebraico al di fuori della Palestina.
Ghetto Tragedies”, questo il titolo originale in inglese, venne pubblicato nel 1899; il volume raccoglie una serie di racconti tragicomici in cui si narrano episodi di vita in alcune comunità ebraiche d’Europa. La raccolta è parte integrante del filone di racconti sul Ghetto di cui fanno parte “Children of the Ghetto” (1892), “Grandchildren of the Ghetto” (1892), “Dreamers of the Ghetto” (1898) e “Ghetto Comedies” (1907).
L’esemplare all’asta è più unico che raro. Oltre a racchiudere 57 illustrazioni originali dell’artista, contiene anche una dedica autografa della pittrice: “Illustré spécialement pour Madame Robert Ellissen, Alice Halicka”. Un’opera eccezionale stimata 12,000-16,000 dollari (circa 11,175-14,900 euro) e già bandita il 19 giugno 2012 a Londra da Christie’s, realizzando 6,250 sterline (circa 8,035 euro).
Alice Halicka nacque in Polonia nel 1894. Fu la moglie del pittore cubista Louis Marcoussis; a seguito dell’invasione nazista a Parigi nel 1940 la coppia dovette spostarsi a Cusset, nei pressi di Vichy. La donna vi rimase fino alla morte del marito nel 1941. Halicka pubblicò le sue memorie di guerra “Hier, souvenirs” nel 1946 e fece ritorno a Parigi, dove si spense nel 1975.

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Photo ©: Mg/Antichità al Ghetto SAS

Come anticipato, il libro non ci è sconosciuto. Abbiamo avuto infatti l’occasione di ospitarlo tra i nostri scaffali per ben due volte. Il primo esemplare era il numero 253 di 2500, mentre il secondo è il numero 2465.
In entrambi i casi, le pagine erano prive di illustrazioni o dediche per mano di importanti pittori o personalità dell’epoca. Non di meno, il libro è di grande interesse storico e culturale, e se mai ne aveste l’occasione – per il momento una copia è ancora disponibile nel nostro negozio – , ve ne consigliamo la lettura.

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Photo ©: Mg/Antichità al Ghetto SAS

Ciò che più colpisce è come Zangwill, seppur con grande distacco e mai in maniera esplicita, si pone severamente nei confronti dei suoi personaggi, vittime spesso del proprio estremo conservatorismo e ortodossia.
Staremo ora a vedere quanto realizzerà il 15 dicembre  all’asta. Speriamo che il fascino del libro e delle meravigliose illustrazioni suscitino interesse in altri appassionati, e che il libro possa presto arricchire la collezione di un altro fortunato cercatore di tesori.

 

La miniatura e il quadro scomparso

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Photo ©: Mg/Antichità al Ghetto SAS

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Lo sguardo della fanciulla e i colori tenui del dipinto ci hanno conquistato ancor prima di voltare la tavola a scoprire la nota scritta a mano sul retro della miniatura. Non è stato facile decifrare la calligrafia del messaggio, ma con l’aiuto di due amici madrelingua inglese ce l’abbiamo fatta. Le informazioni contenute, ricche di nomi e dettagli, sono state preziosissime.

La miniatura su avorio è una copia in versione ridotta di un’opera di ‘Schidone’, al secolo Bartolomeo Schedoni (Modena 1578 – Parma 1615), artista irrequieto – si conosce molto della sua vita grazie ai numerosi atti processuali a suo carico – la cui mano fu molto influenzata dai dipinti del Carracci.

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‘Fanciulla con la tavola dell’alfabeto’ o ‘Il “Padrenostro”’, olio su tavola, 1609 Bartolomeo Schedoni – Immagine tratta dall’opera monografica “Bartolomeo Schedoni 1578 – 1615” a cura di Emilio Negro e Nicosetta Roio, Artioli Editore, 2000 (cat. 29)
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Photo ©: Mg/Antichità al Ghetto SAS

Il quadro in questione è un olio su tavola con titolo ‘Fanciulla con la tavola dell’alfabeto’ o ‘Il “Padrenostro”’, cm 84,5 x 35,5, la cui ubicazione è attualmente ignota.
Nel 1607 il Padre Bernardino da Marradi, Frate Minore dei Cappuccini di S. Francesco a Fontevivo, dettò i nuovi capitoli riformati della locale Compagnia delle Putte della Dottrina Cristiana, che si assumeva di educare, istruire e provvedere annualmente alla dote di dodici fanciulle oneste e da marito, sorteggiate fra le più  bisognose e meritevoli. I Cappuccini e Ranuccio Farnese – duca di Parma – decisero di sfruttare al meglio il favore del popolo, che aveva accolto questa iniziativa benefica con grande calore: venne deciso di dare un’aura di ufficialità alle celebrazioni e perciò, a partire dal 2 febbraio 1609, festa della Purificazione di Maria, in quello stesso giorno di ogni anno a venire le vincitrici della “borsa della ventura” avrebbero dovuto partecipare – vestite con i colori dell’abito della Madonna – ad una solenne processione che sarebbe approdata nelle chiese cappuccine di Parma, Piacenza e Fontevivo. Fu così che Ranuccio volle commemorare questo avvenimento affidando a Schedoni l’esecuzione del dipinto noto come il “Pater Noster”: questo fu consegnato il 25 aprile 1609 assieme ad altre sue opere.
La tavoletta raffigura dunque  “una putina con una tolla in mano” su cui sono leggibili la metà delle lettere dell’alfabeto, la scritta “Oratio domenicale” e, appunto, alcuni versi del “Pater Noster” (da cui il titolo assegnato al dipinto): una sorta di sillabario, ossia un “Summario” che si dava alle giovinette affinché potessero studiare i primi rudimenti della scrittura, indispensabili per imparare a leggere e pregare correttamente. La fanciulla inginocchiata indossa, in riferimento all’abito della Vergine immacolata, un vestito bianco e azzurro, ha riposto da poco il cesto da lavoro e invita al silenzio il bel giovane tentatore alle sue spalle.

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“This painting on ivory, copied from a small oil (reduced painting by Schidone) – belonging atte (to) Earl of Gainsborough – and burnt in the fire at Exton Park, was one by Henriette Finch sister of George Earl of Winchilsea, about 1798” – Photo ©: Mg/Antichità al Ghetto SAS

Del dipinto originale disponiamo purtroppo solamente di un’immagine in bianco e nero; non si conosce infatti il luogo dove esso sia collocato ai nostri giorni.  Dalle note affisse sulla miniatura pare che il Conte di Gainsborough fosse in possesso di una copia, arsa nel terribile incendio di Exton Park nel 1810. L’ultima segnalazione di un dipinto con lo stesso soggetto – forse l’originale? – giunge da Londra, dalla collezione Halsborough.
Qualche parola sulla nostra miniatura: l’immagine è impreziosita dall’irregolarità della tavola i cui lati curvi definiscono chiaramente la sezione di zanna d’elefante. Stando a quanto riportato dalle note a descrizione del dipinto, trascritte su un foglio di pergamena saldamente incollato alla tavoletta di avorio, la miniatura intorno al 1798 è appartenuta a Mary Henrietta Elizabeth Finch-Hatton (1753 – 1822), sorella (?) del Conte George Finch IX of Winchilsea (1747 – 1823). La preposizione ‘by’ posta prima al nome di Henrietta ci indurrebbe ad ipotizzare inoltre che  la miniatura potrebbe addirittura essere stata realizzata da Henrietta stessa in quell’anno.
Se volete ammirare la miniatura di persona, venite a trovarci, saremo felici di mostrarvela!

Bibliografia: “Bartolomeo Schedoni 1578 – 1615” a cura di Emilio Negro e Nicosetta Roio, Artioli Editore, 2000, pagg. 84 – 85

Antiquari e podisti: Venice Marathon 10k

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[ENGLISH]                                                                                  [FRANÇAIS]

8.30 del mattino.
Davanti agli occhi, una lunga strada d’asfalto.
Ai due lati, la laguna comincia a prendere vita.
Sopra la testa, il cielo grigio lascia intravedere qualche raggio di sole.
Tutt’intorno, l’energia delle persone che corrono e ti camminano accanto.
Destinazione: Venezia.

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Sul Ponte della Libertà – Photo © Mg/Antichità al Ghetto SAS
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Alla partenza – Photo © Mg/Antichità al Ghetto SAS

Questa è solo una delle tante istantanee del percorso che si snoda lungo gli ultimi 10,7 km della Venice Marathon.
L’evento, che riunisce atleti e amatori da tutto il mondo, è giunto alla sua terza edizione e domenica scorsa (23 ottobre 2016) eravamo anche noi tra le migliaia di persone pronte sulla linea di partenza al Parco San Giuliano.
Mentre macinavo i miei chilometri  – camminando, eh –  ho fatto qualche ripresa per mostrare cosa si prova a prendere parte a questo straordinario evento.
Forse andrò controcorrente, ma uno dei momenti che preferisco di questa marcia è il Ponte della Libertà, ovvero il tratto iniziale dei circa 11 km totali, una lunga striscia grigia che si protende dritta nella laguna e pare non finire mai.
Tra i partecipanti c’è chi corre e c’è chi cammina, nell’aria c’è ancora l’euforia del conto alla rovescia risuonato alla partenza, si chiacchiera, si ride e si guardano le macchine scorrere lentamente nelle corsie vicine.
Qualche aereo passa sopra le teste preparandosi per l’atterraggio all’aeroporto Marco Polo.
E poi il punto da me più atteso: la passerella galleggiante che unisce per quel giorno e quel giorno soltanto Punta della Dogana e i Giardinetti di San Marco. Si tratta di un ponte di barche, simile a quello imbastito per la festa del Redentore, che permette a corridori e marciatori di attraversare il bacino di San Marco e raggiungere velocemente la Piazza più famosa del mondo.

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Sulla passerella galleggiante… – Photo © Mg/Antichità al Ghetto SAS

Giungere al traguardo sulla Riva dei Sette Martiri, dopo aver salutato la folla di curiosi addossata alle transenne a San Marco, è una bella sensazione; ma ancora più emozionante è sapere che da lì a poco, dei veri corridori calcheranno i nostri stessi passi dopo 42 km di corsa ininterrotta.
I supereroi della giornata.

Buona visione!

 

Il Ghetto in mostra alla Giudecca

Photo © Mg/Antichità al Ghetto SAS
Photo © Mg/Antichità al Ghetto SAS

[ENGLISH]                                                                                  [FRANÇAIS]

Lo scorso agosto siamo stati invitati all’inaugurazione della splendida mostra “René Burri – Utopia/Ferdinando Scianna – Il Ghetto di Venezia 500 anni dopo” presso la Casa dei Tre Oci.

Un progetto di Fondazione di Venezia, con Civita Tre Venezie, in collaborazione con Grafica Veneta S.p.a.
Non vi mostreremo i meravigliosi scatti dei due fotografi (che potrete apprezzare fino all’8 gennaio 2017) ma qualche immagine della galleria, scattata – con grande umiltà! – mentre passeggiavamo per le sale e ammiravamo le foto esposte.

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Photo © Mg/Antichità al Ghetto SAS

Una meraviglia.
Un posto da non perdere per gli appassionati di fotografia e per gli amanti delle cose belle più in generale.
Casa dei Tre Oci si trova presso la Giudecca, splendida isola da cui si può godere in tutta tranquillità di un bellissimo scorcio di Venezia.

Photo © Mg/Antichità al Ghetto SAS
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Photo © Mg/Antichità al Ghetto SAS

 

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Photo © Mg/Antichità al Ghetto SAS

 

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Photo © Mg/Antichità al Ghetto SAS

 

Il “nuovo” Fontego dei Tedeschi

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[ENGLISH]                                                                                  [FRANÇAIS]

Del Fontego dei Tedeschi si è parlato a lungo negli ultimi anni e le polemiche si sono inevitabilmente amplificate a seguito della riapertura con il nome “T Fondaco”.
Di recente era impossibile non leggere o sentire – nei bacari, in coda al mercato di Rialto o in vaporetto – le opinioni contrastanti dei veneziani sulla nuova attrazione in città.
Otto lunghi anni di restauro hanno inoltre contribuito ad aumentare il senso di attesa che ha preceduto il levarsi del sipario.
Abbiamo visitato il Fontego qualche giorno dopo la sua apertura, per potercelo godere in tranquillità in assenza della massa di curiosi subito accorsa ad ammirare il cambiamento.
Per noi, così come credo per qualsiasi veneziano abituato a vivere in una città dagli spazi limitati, a volte angusti e bui, trovarsi al cospetto di uno spazio talmente vasto e di così ampio respiro è stata una vera riscoperta.

Photo ©: Mg/Antichità al Ghetto SAS

Non ci eravamo certo dimenticati le colonne, le arcate e la grande corte centrale che in precedenza avevano accolto gli uffici delle Poste Venete, ma otto anni sono tanti e i ricordi e le sensazioni tendono a svanire.
Il Fontego, in prossimità del Ponte di Rialto e affacciato sul Canal Grande, si struttura su tre piani, un lucernario e una grande terrazza con un’esclusiva vista panoramica, ora liberamente accessibile al pubblico (forse il fiore all’occhiello dell’intera opera di restauro).
L’attenzione per i dettagli è evidente: dai magnifici tessuti Rubelli che adornano le balconate interne, all’essenza di thé verde e muschio bianco diffusa nell’aria, dalle luci ben disposte e dosate in ogni ambiente (anche lungo le scalinate di passaggio), agli scorci sul quartiere circostante rivelati dalle innumerevoli finestre dei piani.
I restauri hanno saputo ben integrare la modernità e lo sfarzo richiesti a qualsiasi grande centro commerciale di lusso, con i dettagli architettonici e storici della struttura d’origine. Certo, la splendida vera da pozzo che per secoli ha troneggiato al centro della corte centrale è stata trasferita qualche metro più in là per dare spazio ad un punto informazioni (sgarro imperdonabile a detta di molti), e altri elementi hanno subito un simile destino.

Vera da pozzo del Fondaco
La vera da pozzo del Fondaco, “spodestata” dalla sua posizione originale al centro della corte – Photo ©: Mg/Antichità al Ghetto SAS

Queste le nostre impressioni sul contenitore.
E riguardo il contenuto?
T Fondaco ospita attualmente 65 boutiques di alta moda nel settore del vestiario, degli accessori e dell’alimentare, il “minimo sindacale” per una qualsiasi città di carattere internazionale e cosmopolita come Venezia nel 2016.
E’ stata data indubbia visibilità ai prodotti d’artigianato locale di alta gamma: tessuti, vetri, accessori di pelletteria e prodotti DOC della zona.
Tuttavia la sensazione è che un centro commerciale con tale declinazione non sia rivolto a chi Venezia la abita e la vive.
E’ sufficiente osservare la cartellonistica all’interno: grandi scritte promozionali prima di tutto in cinese e poi, in dimensioni ridotte, in inglese.

Photo ©: Mg/Antichità al Ghetto SAS

Ed è proprio alla clientela orientale che il Fondaco vuole strizzare l’occhio, ne sono ulteriore testimonianza i numerosi giovani commessi di madrelingua cinese che con grandi sorrisi accolgono i gruppi di visitatori del Regno di Mezzo.
Se uno dei fini del Fondaco era anche quello di promuovere il territorio con prodotti locali, stupisce che non sia stato dedicato uno spazio alle meraviglie create dai piccoli artigiani presenti in città, meno rinomate magari dei grandi marchi, ma la cui originalità e qualità possono spesso concorrere ad armi pari.

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Il Canal Grande ritratto dalla terrazza del T Fondaco – Photo ©: Mg/Antichità al Ghetto SAS

E un’ulteriore domanda sorge agli amanti della carta stampata come noi: com’è possibile che il progetto non abbia incluso l’apertura di una libreria?
Insomma, il Fondaco ha senza dubbio portato quella ventata di novità e di modernità invisa ai più, ma a cui Venezia non poteva sottrarsi oltre.
Il messaggio però è chiaro: per il momento nessuno spazio per i prodotti di alta qualità dei piccoli e medi imprenditori ed artigiani del luogo, nessuna mano tesa verso la potenziale clientela veneziana.
Da residenti possiamo solo consolarci al pensiero di avere in città un luogo in più in cui la massa di turisti possa defluire riducendo la pressione nelle calli.
Ed è pur sempre uno splendido luogo in cui poter trascorrere un po’ di tempo al coperto, circondati da belle cose e lasciandosi tentare da qualche acquisto.

Panorama Fondaco 360°
L’affaccio mozzafiato della terrazza del T Fondaco sul Canal Grande, un panorama da non perdere. L’accesso è libero e gratuito per tutti i visitatori. Photo ©: Mg/Antichità al Ghetto SAS

 

Tre pesciolini e una leggenda

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[ENGLISH]                                                                                  [FRANÇAIS]

Quando ho visto questi tre pesciolini in filigrana d’argento e corallo non ho potuto fare a meno di pensare a una fiaba indiana che mi raccontarono da bambina. La storia è tratta dal Pañcatantra, un’antica raccolta di favole in prosa e versi.

Photo © Mg/Antichità al Ghetto SAS

Tre pesci vivevano in un laghetto. Il primo si chiamava Preparati Per Tempo, il secondo Pensa Alla Svelta e il terzo Aspetta e Guarda. Un giorno sentirono dire da un pescatore che l’indomani avrebbe lanciato la sua rete nel loro laghetto.
Preparati Per Tempo esclamò: “Questa notte me ne scappo nel fiume!”.
Pensa Alla Svelta disse: “Sono sicuro che mi verrà in mente un piano”.
Aspetta e Guarda commentò pigramente: “In questo momento non riesco proprio a pensare a niente…”.
Quando il pescatore lanciò la sua rete, Preparati Per Tempo era già partito. Ma Pensa Alla Svelta e Aspetta e Guarda furono catturati.
Pensa Alla Svelta si girò velocemente a pancia in su fingendo di essere morto. “Oh, questo pesce non è buono!” disse il pescatore, e lo gettò al sicuro nell’acqua. Aspetta e Guarda invece finì malauguratamente al mercato del pesce.
Ecco perché si dice che nei momenti di pericolo, quando la rete è stata gettata, è bene essersi preparati per tempo o pensare alla svelta!

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Antica scrittura della leggenda